Dalla boscaglia

La legna rotola giù per le colline e i boschi.
Boschi abbandonati
il logo del sentiero del CAI ridipinto di fresco si distacca bianco e rosso tra i mille verdi.

Nessuno ha raccolto tutta questa legna.

Noi la legna la paghiamo 300 euro all’anno, 30 quintali circa, mista, acacia e quercia. E ci scaldiamo tutto l’inverno.

C’è da fare nella boscaglia.
C’è posto.
C’è legna che giace tagliata e non raccolta.

Prati di Mugnano (Sasso Marconi, BO), 1 maggio 2014. Un primo maggio da sola a camminare nei boschi.

Costeggio a mezza costa vie laterali esposte a nord ovest
fresco
cinguettìo.

Pensieri selvatici.
Questi boschi stanno visibilmente tornando selvatici.

Noi
li stiamo lasciando tornare selvatici.

Selvatico significava anche ricchezza,
ricchezza molto spesso gestita collettivamente, dalle popolazioni locali, soprattutto in montagna.

Selvatico era rispettato, perfino onorato, adorato.

Selvatica
diventò pericolosa
folle
la vita
affascinante, terribile, imprevedibile, libera,
da irregimentare nelle leggi, nelle religioni, e oggi – novella Inquisizione e dittatura “scientifica” –
nei brevetti sul vivente. Ecc. ecc.

Le popolazioni locali non esistono più?
Non sono loro responsabili del loro territorio?

Oh, esistono ancora, invece. Pare anzi che si stiano risvegliando.

Gli esseri umani sono come le formiche.
Le formiche non vanno in macchina, da sole,
ma raccolgono insieme il cibo per l’inverno.

C’è anche una regina,
c’è sempre una regina
tra le formiche,
le api, penso anche nelle termiti.
Non so, non conosco le termiti.

Immagino pascoli collettivi, gestione collettiva di animali e terre e boschi.
L’ideale contadino è spesso monofamiliare. O, spesso, comunitario fallimentare. Ideologico. La pratica vince. Cominciare dalle pratiche mi sembra un barlume di soluzione.

Contadini ribelli si mettono in gioco, quasi sempre a titolo personale, famigliare.
Nuovi contadini resistenti.
Perché essere sempre resistenti? senza nulla togliere alle profonde aspirazioni, al fascino, ma sono stanca della fatica. Sono stanca di resistere.

L’agricoltura italiana è sempre stata legata agli animali, per utilizzare terreni difficili, per la conformazione geografica dell’Italia, per gli equilibri e le sinergie nell’azienda agricola. Perché ci piace mangiare bene e di tutto. Perché c’era la fame. E poi chissà perché.

Pare che ce ne siamo dimenticati.
Come dice Marco Paolini, “siamo un popolo di montagna che si crede di pianura”.
Forse ci siamo anche scordati di essere un popolo di pastori, oltre che di ortolani e vignaioli.

Ruolo fondamentale quello giocato dagli ortaggi, oggi, nelle “nuove agricolture”, nell’economia solidale.
Dobbiamo mangiare meno carne, per la sovranità alimentare di tutti i popoli del pianeta. Per non utilizzare acqua e cereali per il consumo animale e affamare così tante zone del pianeta.
E poi perché tornare a fare i contadini oggi significa imparare gesti antichi, conciliarli alla vita moderna.
E’ vero che i cereali, le verdure, non sono da ammazzare. Non sono da mungere due volte al giorno, da aiutare a partorire.
Magari riesci a farti un weekend di riposo ogni tanto (ogni taaaaanto). O una cena con amici. Per non parlare delle assemblee, che il neocontadino di oggi sopporta i sabati, le domeniche, le sere dopo i mercati (e non solo lui).

Ma come si fa?
La merda serve.

Serve, tra l’altro, agli ortaggi per crescere.

Penso all’allevamento come scelta collettiva, cooperativa.

Il classico, banale, ideale comunitario, “collettivo”: insieme possiamo fare di più.
Una sera mungi tu e io vado a spasso. E viceversa.

Utopie viste e riviste, prove ed errori.
Sotto agli occhi gli errori dei nostri “predecessori” e ispiratrici.
Eppure desideri e ideali ritornano, ciclici.

Chissà se sapremo metterli in pratica senza fallire, di nuovo.

Qui un luogo, sentieri nel bosco, pascoli (ma non in questa galleria di foto), un’ispirazione. Un luogo molto frequentato, sentito dalla comunità locale.

Ovviamente Penso alle esperienze nascenti di Caicocci in Umbria (Umbertide, PG) e Mondeggi (Bagno a Ripoli, FI), dove si sono avviati processi di riappropriazione dal basso, contro la vendita delle terre pubbliche, per la gestione partecipata da parte delle comunità locali e aspiranti contadini.

 

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