Roma Marche Linee

Che titolo è questo? Banalmente il nome di una compagnia di autobus che unisce Roma alle Marche.

Terre poco note, l’Italia si attraversa sui treni ad alta velocità, sulle autostrade che vanno da nord a sud.
L’Appennino divide versanti. Adriatico e Tirreno, due mondi.

“I marchigiani d’estate vanno al mare, gli umbri sui monti Sibillini” mi ha detto un amico, che ora vive nelle Marche. Veramente ha anche detto: “Cosa ci andranno a fare gli umbri sui Sibillini, e non vanno al mare!”.
La mia parte montanara, di montagne dolci, sorride e strizza l’occhio all’anima dell’Italia interna, all’Umbria come ispirazione di terra senza mare.

Quest’avventura del libro Genuino Clandestino, che si sta impegnando a stravolgermi la vita, mi sta anche concedendo il lusso di viaggiare con calma.
Come quando ho fatto Roma – Firenze sulla Cassia: attraverso borghi come siti archeologici, con le rovine più grandi delle case; lungo un cimitero di guerra, nella piena fioritura di maggio, affacciato sul grande lago che gli dava respiro. Alla luce del tramonto, tra le fioriture di aromatiche, rose rosse accompagnavano le lapidi bianchissime, ricordi rosso intenso di amori interrotti, come le vite dei soldati sconosciuti.
Ho guidato per ore senza nessuno intorno, attraverso boschi apparsi a sorpresa, o semplicemente sulla terra nuda, alle pendici del monte Amiata. Una terra che nella notte limpida e lucida sembrava la luna, lattiginosa, sottile, lontana, ma che dal finestrino aperto profumava dello zolfo della terra. Ben salda, qui e ora, nel tepore della notte primaverile.

Questa volta, invece, ho attraversato l’Appennino centrale per traverso, in autobus.
Monti belli, imperiosi eppure modesti, boschi giovani ma abbondanti, selvatici. Paesini radi, e ancora meno case sparse, poche pecore superstiti di un passato antico.
Identità dimenticata di pastori.
Vite selvatiche arroccate su una dorsale appenninica insieme sconosciuta e familiare.

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Un nubifragio quasi tropicale fuori. Un nubifragio dentro al cuore.

Osso duro appenninico, osso duro di storie dimenticate – memoria genetica sottopelle.

Intuire sentieri. Le storie e la storia.

Osso duro dai pendii morbidi, dove i boschi crescono in silenzio, inesorabili.

(Il suolo agricolo che scompare, dicono gli studi, è sostituito non solo dal cemento, ma in larga parte anche dai boschi*. Mentre noi, gente di città, ci beviamo le affermazioni del pensiero unico, ebbri della retorica dello “sviluppo”, la selva in silenzio si riprende i terreni difficili, cuore dello spopolamento e punto di partenza della deriva urbana.
La selva, nutrice della nostra identità profonda, attraverso il Medioevo ci ricongiunge alla nostra storia antica, a un respiro forte che abbiamo ancora sottopelle, memoria di istinti e miti, di amore e terrore che rende inevitabile e semplice onorare la materia.
A nostra insaputa lo spirito del bosco si riproduce e non solo resiste, ma cresce rigoglioso, letteralmente prende terreno.
Occupa spazio e cuori.
Occupa i terreni abbandonati e così, presumibilmente, zone d’ombra dell’inconscio collettivo.
Il bosco è lì, respira, crea ossigeno, connette il selvatico – vegetale, animale e dentro al cuore umano.

Come una pietra ad un crocicchio di un sentiero perduto, ma non da tutti).

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Mi porto dietro un sasso nello zaino, ovale, bianco e liscio, dalle spiagge dell’isola antica.

Isola che sa a tratti di Appennino, come ne fosse la madre, dimenticata.
La madre che viene dal mare.

Mi porto dentro un sasso al posto del cuore.

Quanto più dolore, quanta più poesia. (Perché per ritornare a scrivere devo sempre farmi prendere a schiaffi dal destino?).

Debole e salda.

Salda e indifferente.

Arresa al mare e decisa per il monte.

Onoro il caos e l’astrazione dell’amore. La potenza schietta e folle delle infinite direzioni. La vertigine che mi porta.

Eppure siamo pronte, di nuovo, a farci scegliere da un destino a caso, o a crearlo in segreto, come la Donna Ragno.
Inconsapevoli tessitrici. Come tutte le donne, figlie dimenticate delle Parche.

Nella foresta primordiale, nostro habitat da migliaia e migliaia di anni, si apre una radura.
Una radura dove leggere per un momento gli spiriti, intravedere la trama sottile del mondo e delle cose, e tornare un attimo dopo nuovamente in cammino, nel folto delle mille vite.

Dalla Sardegna, a Roma, alle Marche attraverso strade tortuose e panorami di boschi.
Nelle Marche mi arriva un libro, di cui già avevo trovato traccia nell’isola antica.
Un libro che parla di donne ribelli, di una spiritualità che ama la materia e la vita, montagne e foreste. Foreste reali e della mente**.

E ci si sente in cammino.

***

Note
* I suoli agricoli negli ultimi decenni cambiano destinazione d’uso per circa il 50% per l’avanzata del cemento (aree urbanizzate o industriali), ma per un altro 50% per rimboschimenti spontanei, nelle aree montane o collinari abbandonate dagli abitanti e dall’agroindustria (Planum).

** Michela Zucca, Donne delinquenti, Edizioni Simone.

***

Photo (e luogo) credits
Le foto della mia compatta senza pretese, i boschi non sono quelli citati nel viaggio, ma dei Prati di Mugnano, Sasso Marconi (BO).

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