Pastore: femminile, plurale

Ho incontrato Anna Kauber alla Summer School Emilio Sereni, durante una giornata interessante e intensa (qui il post). A sorpresa hanno aggiunto al programma serale la presentazione del nostro libro, che racconta i nuovi agricoltori e le resistenze contadine. Finisco di rispondere a qualche domanda e spontaneamente introducono il tema dell’ultimo lavoro di Anna. Finalmente mi rilasso e ascolto. Sarà il fluire armonioso dei discorsi, l’uno nell’altro, ma dall’inizio un’intuizione mi dice che non è un incontro casuale!

Anna Kauber, architetta ed esperta del paesaggio, ora passata al documentario e – potremmo dire – alla ricerca-azione, ci racconta il suo ultimo lavoro. Già il titolo è una bomba. Pastore: femminile, plurale.
A prima vista appare molto di più che un documentario. Anna ha intrapreso un viaggio, da circa un anno e mezzo, spesso viaggiando ad alta quota, per conoscere e raccontare le donne pastore. E ne ha scovate tantissime, dalle isole alle Alpi, da poco più che ventenni a ultranovantenni.
Per quasi tutto il tempo in cui ci racconta dei viaggi e soprattutto dei suoi incontri ho la pelle d’oca.
Tanti temi del suo percorso toccano nel profondo: la ricerca di un’alternativa economica e culturale, il lavoro della terra, la vita insieme agli animali, la montagna. Sulla pagina del crowfunding, ormai concluso, trovate più informazioni, e i video promo su Vimeo.

LAURA BETEMPS clip promo from Anna Kauber.

Altre tracce per scoprire questo ricchissimo lavoro, ancora non elaborato in un unico video, tra le altre, su D di Repubblica e una bella intervista alla radio, su Radio Emilia-Romagna.

Ho sentito molte affinità tra il progetto di Anna, il suo modo di viverselo, e il nostro viaggio per il libro Genuino Clandestino: la modalità di lavoro, tra il giornalismo lento e la ricerca antropologica, in cui ci si prende il tempo non solo di domandare e filmare ma per vivere con le persone, fermandosi alcuni giorni nelle loro case, trascorrendo normalmente le giornate con le donne pastore. Forse fa parte dell’incontro tra la ricerca e la narrazione con la pratica. E poi la sensazione di diventare nodo di una rete, un ingranaggio che contribuisce a far accadere delle cose, a far incontrare le persone, dove nessuno è protagonista, nessuno ha soluzioni, ma tutti apportano qualcosa.
Mi immagino l’intensità di un’esperienza che in qualche modo ho vissuto, anche se un po’ diversamente (10 tappe, di 4-5 giorni, in 4 persone, 2 con macchina fotografica al collo, 2 armate solo di orecchie, occhi e parole).
Questo entrare nell’intimità, lo scambio, dove ognuno dà e riceve qualcosa, me lo immagino amplificato dalla vita forte, selvatica, pungente, libera, eppure così collegata agli animali, di chi fa il mestiere del pastore. Pardon, della pastora. Lei le chiama con affetto “le mie pastore”.
Ho conosciuto molte meno situazioni di quante non ne abbia vissute Anna, ma mi sembra di sentire quell’odore di latte, di sentirlo grasso sulle mani, assistere alla magia della cagliata, il profumo delle erbe di campo, i suoni, gli odori degli animali, i loro diversi modi di muoversi, il branco, il gregge.
Penso a tutto quel latte, agli occhi di bestie e pastore. Occhi da dove passa tutta la vita e anche la morte.
Penso che se un vegano conoscesse quest’altro modo di vivere dentro la rete della vita, codipendenti gli uni dalle altre, avrebbe un atteggiamento diverso. Poi non dico che non possiamo rinunciare alla carne, che i latticini non facciano male a chi vive lo stile di vita sedentario di oggi. E gli allevamenti industriali sono dei lager, questo è certo! Anzi, possiamo pure fare un favore al pianeta e rinunciare alla specie umana, ancora meglio.
Però c’è una forza, un senso spirituale e profano insieme, in questi mondi, che pochi conoscono. Perché se siamo un popolo di montagna che si crede di pianura, come dice Marco Paolini, siamo anche un popolo che si è dimenticato delle sue origini pastore.
E il viaggio di Anna appare come un ritorno alle origini, fa emergere qualcosa che abbiamo dentro tutti, in questo paese d’Appennini, senza andare più lontano dei nostri nonni o bisnonni.
Pastore: femminile, plurale per me è una testimonianza importante di questi mondi, solo apparentemente dimenticati, che tornano immediatamente vivi nel profumo del latte, quando ci si incammina per le montagne, quando si riconosce il legame profondo tra uomo e animali, tra donne e animali.

Quale foto più adatta per questo post delle schermate degli album sulla sua pagina facebook Progetto Articoltura? Non è un perfetto mosaico di incontri?

anna-kauberpastore-femminile-plurale

 

 

 

 

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One thought on “Pastore: femminile, plurale

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