Terraced Landscapes 2016

Nota: Articolo lungo, lunghissimo. Una bella storia.

Ritrovare la trama.

Il Veneto che non ti aspetti.

O, infine, Sognando La Gomera.

Ad ottobre ho partecipato al convegno mondiale sui paesaggi terrazzati_Terraced Landscapes 2016. Il tema mi interessava dai tempi del dottorato ma, negli anni, era rimasto in stand-by, un po’ come surgelato. Il sentiero della ricerca fuori dalle istituzioni è tortuoso, appena segnato, e mi ha portato prepotentemente sulle orme dei movimenti contadini, già di per sé vie difficili, sul confine tra selvatico e coltivato. Viste già le tante fatiche dei contadini resistenti, parlare di terrazzamenti pare davvero troppo!
Un mondo tanto difficile quanto affascinante, e un po’ dimenticato: anche il contesto dell’agricoltura alternativa e organica, quando si parla di produrre per sfamare le città, rimane per forza di cose ancorato a una visione di pianura, tutt’al più di collina.
Eppure niente più dei terrazzamenti è vicino allo spirito profondo dell’essere umano, fatto di sudore, gambe, testardaggine e forse voglia di toccare il cielo.
Radici antiche. In tutto il mondo gli esseri umani hanno scalato, scavato, costruito e reso coltivabili le montagne. Dal Perù alle Alpi, dalle Canarie al Giappone, ovunque ci sono terrazzamenti coltivati. Niente di nuovo sulle montagne del mondo.
I paesaggi terrazzati possono sembrare un territorio di frontiera, un orizzonte dimenticato, come un’isolachenoncè, lontana dagli spazi che nel nostro immaginario producono il cibo.
Anche gli agricoltori più militanti, i contadini, che sempre di più producono cibo per le città, in modo biologico, costruendo reti di vendita diretta sul territorio, dipendono comunque dalle macchine, almeno per alcune lavorazioni (anche se impiegano molta più manodopera che acqua e petrolio). I più temerari coltivano ortaggi in collina e montagna, combattendo con la fauna selvatica, le intemperie, le multinazionali sementiere, non senza fatica e relativi – legittimi – turpiloqui.
In effetti i paesaggi terrazzati sono territori in parte già scomparsi, mangiati dal bosco o franati a valle, spariti dalla memoria dei luoghi e soprattutto dall’immaginario collettivo degli abitanti delle città. Salvo quando la pioggia violenta ci ricorda che siamo un paese di montagna e anche di terrazzamenti.
Ma le vecchie passioni, le intuizioni da inseguire, i sentieri che ci chiamano, trovano sempre la strada e ci rimettono sulla nostra via. I sentieri si intrecciano e, a volte, ci risvegliamo alla consapevolezza. Riprendiamo quella strada che tempo addietro non ci eravamo concesse di esplorare. E non ci stupiamo di scoprire che è un pezzetto della strada di casa.

Nulla avviene per caso e quando mi si è presentata l’occasione ho colto al volo l’opportunità di partecipare a questo incontro, riscoprendo un’interesse latente, una familiarità, come un segnalibro appuntato nella mente e nel cuore. Il regalo più bello è stata l’occasione di dedicarsi di nuovo totalmente alla ricerca, lavorare su un tema senza badare al quotidiano. Una settimana di studio, visite sul campo, nuove e belle amicizie dall’Italia e dal mondo. Scoprire un Veneto che non ti aspetti. Varie tappe: Venezia, Valstagna (Vicenza), Padova, con l’orto botanico più antico del mondo (devo assolutamente tornarci!).

Lo spaesamento fertile è iniziato a Venezia, allo IUAV, l’università di Archiettura. Il viaggio, anche breve, e l’atmosfera delle università, hanno l’effetto su di me di aprirmi all’osservazione, esteriore e interiore. Camminare, praticare discipline orientali… e andare ai convegni! Una notte passata a Venezia ha aperto questo viaggio, con il fascino della laguna (topi compresi!), nell’attesa di vaporetti  notturni. La residenza assegnatami era a San Sérvolo, un luogo che alle nove di sera di una Venezia autunnale appariva veramente remoto. Pochi vaporetti al giorno per andarci, pochi per uscirne. Un’isola di circa quattro ettari che era stata prima convento, poi ospedale, poi manicomio, ora sede del Museo della Pazzia, oltre che di alcune strutture turistiche sparse nel parco. Ospitalità diffusa. Un bel parco, piacevole, cinto da mura, come se non bastasse l’isolamento della laguna. Il silenzio della laguna di notte… no! Classi di un liceo romano, quasi tutte ragazze, adolescenti in gita. Surrealtà.
L’indomani, dopo l’ultima plenaria, i partecipanti prendono la via del gruppo di lavoro scelto: le Cinque Terre, la Valle d’Aosta, la Costiera Amalfitana, Pantelleria… Invidiando un po’ quelli che andavano a Pantelleria, mi dirigo al mio destino nel Canale di Brenta, stretta valle prealpina poco più a nord di Bassano del Grappa. Insolita occasione anche per visitare due cari amici trasferiti da un anno proprio a Bassano. Quando i mondi si incontrano è sempre un buon segno.

E qui iniziano le belle sorprese. Una valle particolare, abitata da figure chiavi, custodi del territorio. Mi ritrovo, ci ritroviamo, condotti per mano nella storia intima di un territorio pieno di storia e di storie – forse anche grazie alla conoscenza e la passione di chi ci accompagna – da sempre luogo di passaggio tra le valli alpine, di merci, eserciti, viandanti e contrabbandieri.
E’ un viaggio nel tempo, dalla preistoria, quando i cacciatori nomadi hanno cominciato a salire sulle montagne. Dopo una giornata di cammino ascoltiamo storie dove i miti pre-cristiani, i culti di divinità femminili (le Anguane) si fondono e si nascondono nelle pieghe della religiosità cattolica; in una radura, di fronte a uno sperone roccioso, capiamo come l’origine spirituale dei terrazzamenti sia ancora scritta nella roccia, per chi la voglia vedere.
Una valle riparata, anche dal sole. Il fondovalle ombroso, contemporaneo, con la strada, le case, le fabbriche, e le terrazze in quota, sentieri che portano fuori dal tempo, al sole.
Una valle stretta e ombrosa, femmina, accogliente, che cattura, con dirupi scoscesi che testimoniano ancora la sofferenza, il passato di vite dure e brevi, la resistenza. La forza di creare campi e mondi dove non ci sono.
Siti archeologici con ritrovamenti di scarabei egizi, ceramiche inglesi del Settecento, una via di passaggio per secoli e secoli, le strade costruite dalla grande guerra. Una terra dove San Marco, il leone simbolo di Venezia, tiene un libro tra le zampe (il Vangelo, ma anche le leggi della Serenissima), che solo in questa valle appare chiuso, perché questa terra, anche se legata ai destini di Venezia, ha sempre mantenuto una certa autonomia dalla Serenissima.
La terra strappata alla montagna, portata in alto dal fiume per creare le terrazze. Il grande fiume, che non è il Brenta, ma la Brenta. Una terra ricchissima di acque, potenti, con gli edifici che ancora segnano il livello delle alluvioni storiche, metri e metri sopra al livello del fiume che solca la valle.
Una terra che per circa un secolo, dalla metà dell’Ottocento, è stata coltivata in modo esclusivo a tabacco, capitalistico, dove la miseria e la mocoltura hanno prodotto briganti, perché sfuggire alle normative e alle regole del monopolio faceva la differenza tra la vita e la morte. Un sentiero con 4444 scalini, costruito dall’ostinazione faticosa e autarchica di non passare dalle dogane e dover pagare i dazi.

Il museo diffuso del tabacco, a Valstagna, racconta in modo suggestivo queste storie, insieme a quelle dei boscaioli, perché la Brenta portava fino a Venezia anche legname. Il legname per le sue navi, nientemeno. Un bellissimo allestimento, che merita una visita. I segni delle famiglie dei mercanti di legname, sui cartelli informativi ma anche sulle stesse travi del museo, ospitato da una casa padronale storica, sono proprio uguali alle rune, l’alfabeto celtico. Ora il legno, per l’edilizia o per il riscaldamento, viene dall’Austria o dalla Slovenia.

Guardo un plastico dell’Ottocento, prima di sapere della coltivazione del tabacco, e penso che le piantine che riempiono ogni terrazza e anfratto siano cavoli. Mi pare così una stranezza quel plastico pieno di cavoli! E infatti è tabacco, la monocoltura che cancella le memorie di millenni e ricorda solo le sofferenze del capitalismo, di un’economia che dipende dal denaro; una coltura penetrante, che trasforma le abitazioni, strette come le terrazze e molto più alte delle case rurali tradizionali, perché gli ultimi piani erano destinati a seccare il tabacco.
Una coltura malsana, che dava alla testa a chi viveva in quelle case, soprattutto a donne e bambini. Saranno queste memorie che si risvegliano prepotentemente, ma durante la visita alla fabbrica del tabacco (oggi di importazione dal Centro America) mi dà fastidio quell’odore. O sarà che le operaie che arrotolano abilmente e velocemente i sigari sono tutte donne?

Ma la visione di un passato fertile, sereno, autosufficiente, la visione di altri mondi possibili è il giardino meraviglioso sulle prime terrazze, quelle più raggiungibili, subito sopra Valstagna, dove due pensionati curano una casa e un angolo – terrazzato, neanche a dirlo! – di paradiso. Le terrazze orientate a sud, con la pietra che si scalda, rilascia calore e fa condensare il vapore acqueo creano un microclima perfetto, ci avevano detto. E infatti a ottobre su questi angoli di Prealpi, lungo una valle stretta e ombrosa, ci sono fiori e frutti, il melograno, i kiwi, lavande ed elicrisi. Piante di tabacco in fiore qua e là, si ergono alte e testimoniano la bellezza di un passato fiero. La bellezza di una pianta, quando non è monocoltura.
Il bosco, che vince su tutto. E’ strano per me, quando vedo il bosco così forte: io che lotto per rimboschire il mio quadratino di calanco bolognese, loro che lottano per preservare le terrazze dal bosco che le sta mangiando, sgretolando le masiere (i muri a secco).
Mi porto a casa la serenità del non pensare in modo antropocentrico, del pensare indipendentemente dal nostro essere umani.
Ma anche che nel nostro essere umani c’è una testardaggine e una forza di chi ancora oggi vuole e sa costruire mondi, orti e giardini dove a nessuno verrebbe mai in mente, lottando contro il bosco, che ha già vinto.
Non è poi tanto diverso da  sognare che il bosco riconquisti le colline argillose!

E poi i bambini, i bambini di tutti i colori che hanno imparato le storie, i canti di questa terra, che mettono in scena come in un rito collettivo, catartico, il dolore di una fatica che sembra millenaria, ma che è solo la fatica millenaria della monocoltura del tabacco, che ha dimenticato le storie precedenti, dove la biodiversità era ricchezza e qualità della vita.
Una strada che mostrano possibile, gli amici di Adotta un terrazzamento, un’associazione che da alcuni anni ha coordinato il recupero di 120 terrazzamenti, coinvolgendo persone e gruppi di ogni tipo, da singoli interessati, a studenti dell’istituto agrario, migranti.

Adotta un terrazzamento fa parte di Terra Chiama, un coordinamento tra vari soggetti che in Veneto si occupano di agricoltura e cibo sano. Un Veneto che non ti aspetti. Frequento reti contadine da alcuni anni e gli intenti politici si uniscono (giustamente) a quelli economici. Ma a Terra Chiama non organizzano mercati, gruppi d’acquisto o percorsi di garanzia partecipata per controllare i produttori, per commercializzare i prodotti di una terra custodita e mantenuta fertile. Da tre anni, per sensibilizzare sul tema del cibo sano e dell’agricoltura biologica uniscono terra e arte, organizzando la creazione di un labirinto vegetale. Una serie di incontri che inizia dalla semina e culmina in una festa. Per saperne di più sul LABIRINTO VEGETALE, opera in 3 atti: SEMINA!, IMMAGINA!, GODI! guarda qui. E’ strano vedere proprio in Veneto, una delle terre più martoriate da un consumo di suolo insensato, un’iniziativa dove la terra si lavora semplicemente per fare arte e comunità. O forse non è poi così strano…

Praticare un’agricoltura contadina, produrre e autoprodurre cibo vivo, costruire nuove economie, la campagna che dà da mangiare alla città… Tutto valido, per carità, ma i paesaggi terrazzati mostrano una via estrema, radicale e coerente, né meglio né peggio, sia ben chiaro, che fare biologico al confine con la città.
I paesaggi terrazzati mostrano il sorgere di nuove comunità, l’uso della terra e non il suo possesso, collaborazione, benefici per il territorio e gli abitanti. Prima di tutto per il rischio idrogeologico, per non dimenticare, in tempi di crisi, l’esigenza di ragionare in termini anche economici, di produzione per l’autosufficienza, o per produzioni di nicchia. Dal periurbano che deve dare da mangiare alla città, al morbido appennino d’argilla, i paesaggi terrazzati mostrano una dura bellezza, il legame potenziale con un turismo lento e relazionale.

Torno a casa, sulle colline di Bologna, dove abbiamo un giardino, dimezzato da una divisione familiare. E da quando è stata fatta, in seguito anche ad altri lavori per la costruzione di un garage-laboratorio, ci siamo ritrovati con il giardino diviso in tre “comode terrazze”. Come ho fatto a non pensarci prima? Nasce forse anche da qui questa passione? O forse dovrei dire familiarità? Anni di portare su letame, mais, fieno, in certi periodi anche acqua, e portare giù gli ortaggi, qualche uovo, le rare potature? Il mio è solo un piccolo assaggio di mondo terrazzato, un campo scuola, anche se per le misure dei mondi terrazzati non è poi così piccolo. Appezzamenti di terra piccoli e ripidi, tipo Il mondo dei vinti di Nuto Revelli. Eppure sento che condividere la salita nelle gambe e la testardaggine nel cuore apre la strada a improvvise, immediate amicizie.

Il caso vuole che a distanza di una settimana torni di nuovo in Veneto, a Mira, nel territorio veneziano di terraferma. Trovo gli stessi nomi e toponimi del Canale di Brenta; ritrovo anche Lei, il grande fiume: qui è più calma, scorre apparentemente domata nei canali, non è più la divinità adolescente della valle montuosa, ma ugualmente unisce gruppi e comitati di cittadini attivi, che si vogliono prendere cura della sua potenza impetuosa, per la tutela dalle alluvioni, o della sua utilità, auspicando il ripristino dell’idrovia Padova-Venezia. Di nuovo passato e presente si mescolano, di fronte alla ricerca di una vita ecologicamente sensata. Di nuovo qualcuno sogna di unire i territori, le Prealpi e la Laguna, trasportare cose e persone senza danneggiare l’ambiente. Anche il legno di montagna vuole andare al mare e farsi barca.

Per saperne di più sul Canale di Brenta visitate il sito dell’Osservatorio del Canale di Brenta, le pagine sul sito del convegno e di Adotta un Terrazzamento, due realtà che sono felice e grata di aver incontrato, insieme a tutte le nuove amicizie e persone conosciute.

Ah, e perché uno dei titoli possibili per questo post era Sognando La Gomera? Perché le Canarie e la piccola e terrazzatissima isola de La Gomera ospiteranno il prossimo Incontro Mondiale sui Paesaggi Terrazzati!

Nella galleria di immagini, nell’ordine: Venezia e isola di San Sèrvolo; Valstagna, terrazzamenti e sentieri.

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