Una radura di città

Ero all’università, primi anni 2000. Del mondo alternativo avevo scoperto il commercio equo e solidale, argomento poi della mia tesi di laurea.
Mi ricordo una delle prime volte in cui ho incontrato contadini e attivisti di quella che in seguito è diventata l’associazione Campiaperti. Si trattava di un incontro sull’economia solidale nelle aule di Economia in via Mascarella. C’erano volontari del commercio equo, produttori biologici e consumatori critici, tutti proponevano una via pratica, che portava la politica nel quotidiano.
Quella era una strada per me. Amavo le scienze sociali, la geografia umana, e proprio in quel periodo capivo che quella che mi interessava era la politica con la “p” minuscola, fatta di mani ruvide, facce, azioni concrete, cibo e terra.
Era il periodo delle ispirazioni di Veronelli in Terra e Libertà/critical wine, libro che forse acquistai proprio quel giorno. Ricordo che leggerlo fu come trovare la strada di casa: le riflessioni sul prezzo sorgente, i primi racconti di esperienze di agricoltura e trasformazione di prodotti di qualità, fuori dai supermercati, lavoro libero e autogestito, che avesse senso per la terra e le persone. Campi e  mercati come laboratori di autonomia dai poteri delle multinazionali, dei governi, di leggi e confini disumani.
Scoprivo così l’esistenza di un mercatino biologico, a Xm24, poi di un altro a Vag61, non ricordo molto bene le date, era un periodo in cui andavo e tornavo, pensavo anche di rimanere a vivere in Spagna.
Ho una memoria strana, tendo a dimenticare moltissimo, e a ricordare particolari apparentemente minuscoli. Mi ricordo di una festa in Piazza Verdi, coi banchi del mercato, in cui Michela Potito mi fece la tessera n. 28 di Campiaperti (probabilmente perché l’associazione era nata da poco e gli stessi pionieri dovevano ancora farla!). Mi piaceva quel numero, i giorni del mese lunare e dei cicli femminili. Il numero dello studio della mia prof. dove poi passai tre anni di dottorato, occupandomi di paesaggio agrario e sviluppo locale (una parola discutibile “sviluppo”, per intenderci e non farla troppo lunga).
Mi ricordo la prima assemblea a cui partecipai, a Vag. Il resto sono ricordi di quotidianità. Come quando ci si è appena conosciuti ma si va subito a convivere.
Forse i ricordi più profondi di questa esperienza dei mercati bolognesi e di Campiaperti passano per cose semplici, pratiche, passando per il naso e il palato. Non c’è bisogno di spiegare tanto a chi ha annusato, mangiato e bevuto. E viceversa, non si può spiegare solo a parole a chi non ha mai masticato cambiamento.
Con tutti gli alti e bassi, i contrasti, il lavoro interiore che ogni esperienza collettiva porta con sé, di certo questa è un’esperienza che ci ha nutrito. Che ha nutrito Bologna.
Ed è nato tutto da lì, in via Fioravanti 24, in un luogo che, come per una legge del contrappasso, era il MERCATO ortofrutticolo, Xm24. Adesso al CAAB ci faranno il FICO, l’ennesimo ipermercato travestito da luna park con i finti contadini.
Dove stai andando Bologna? Sembri una vecchia che si è rifatta, secondo un’ideale di bellezza biologica e gourmet. Ma non ti credere, la plastica mente, la faccia comunque ti casca. Sembrerai un mostro se continui così.


foto: Michele Lapini www.michelelapini.net

C’è una cosa che penso da tempo (magari tra un po’ la vediamo come famosa citazione di Petrini): storicamente la città è nata intorno al mercato, dunque intorno a nuove forme di mercato possono nascere nuove forme città. Quelle che vogliamo, che ci piacciono, quelle a misura di biciclette e di bambini, non colate di cemento sul “suolo” neutro delle statistiche, ma strutture ricche di senso, perché innervate di relazioni ecologiche e sociali, al loro interno e con il “contado”. Tipo l’Allegoria del Buon Governo di Lorenzetti, nientemeno.
Per fare questo a larga scala ci vorrebbe una pianificazione sensibile e illuminata (dove? l’avete vista?), ma spesso i cambiamenti avvengono comunque quando i tempi sono maturi, dal basso.
Bologna è ricca di  esperienze che costruiscono alternative per le persone, qui e ora, tra cui Xm24, spazio sociale ora messo in discussione dal Comune, che tra l’altro si rimangia la parola data ai cittadini, dato che anche da un percorso di progettazione partecipata con le associazioni del territorio era uscito che lì doveva restare uno spazio sociale.


http://lab57.indivia.net/2017/02/laltra-citta-esiste-autogestioneresistenza-xm24-non-si-tocca-sabato-4-marzo-bologna/

Bologna è un caso quasi unico in Italia, in cui i mercati contadini e biologici sono un’occasione concreta di reddito, scambio di informazioni, costruzione di comunità, o almeno socialità.
Bologna è una città ricca di alternative per chi, contadini e cittadini, vuole sostenere col proprio lavoro, reddito e consumi un’agricoltura che protegge il territorio, un’economia che fa crescere le persone e non quella che le opprime.
Se questo blog si chiama Radure lo deve anche un po’ a questi luoghi. Certo, anche al non-umano, agli alberi, alla montagna e ai boschi. Ora mi chiama più il selvatico che l’agricoltura. Ma dietro al concept –  come si dice oggi – di Radure c’è radicata l’idea del fare ciò che si ritiene giusto, nonostante le circostanze siano avverse. Di aprire spiazzi di senso, di difesa, di resistenza e di ispirazione. E questo me l’hanno trasmesso i mercati e gli spazi sociali, piazze e persone, esperienze collettive e realtà concrete, anteprime in atto del mondo che vogliamo.

Intorno a Xm24 sono nati i mercati biologici, è nata Campiaperti, a Bologna è nata una campagna per la libera trasformazione dei prodotti contadini, Genuino Clandestino, che poi è diventato un movimento nazionale, di persone, pratiche, reti.


http://www.eathical.it/xm-24-mercato-campi-aperti/

Nel frattempo sono passati gli anni, Michela Potito, che mi aveva fatto la tessera n. 28 di Campiaperti, è diventata un’amica e, insieme ai fotografi Sara Casna e Michele Lapini abbiamo fatto un viaggio dal Piemonte alla Sicilia e pubblicato un libro che racconta Genuino Clandestino, le agricolture resistenti e le pratiche per la sovranità alimentare. Un libro che è stato pensato per rappresentare le alternative e fornire strumenti per metterle in pratica.
Un’esperienza che rappresenta ancora uno spartiacque nella mia vita, ma questo è un’altra storia.

Il tempo passa e sono sempre più “selvatica”, ultimamente. Ho vissuto tanti anni, forse 9, in una terra a pochi chilometri dalla città, che a volte sembra così lontana. Un rifugio, un presidio di crinale, un cuneo di selvatico incastrato tra le ville, la tav, le fabbriche, rimasto tale forse grazie più ai calanchi che al parco naturale che li protegge.
Vado poco in città, lavoro da casa o durante brevi trasferte fuori, e non vado in città solo per fare la spesa. Ora poi anche dove vivo ci sono mercati con produttori biologici e negozi o aziende agricole che vendono prodotti locali, sfusi, genuini. Sarà anche merito della sensibilizzazione realizzata in questi anni? Non frequento più come prima i mercati e gli spazi che li accolgono, ma sono consapevole che questi luoghi sono parte di quella che sono oggi.

La primavera scalpita, le prime gemme sono pronte a scoppiare.
Sono andata via otto mesi, poi sono ritornata. Non mi sento ancora nel mio posto, o forse la mia strada, le mie strade, sono più difficili di altre da scoprire. Se fossi un’animale della fattoria forse sarei una capra, per usare metafore rurali.
Sono stata via otto mesi e quando sono ritornata, più di un anno fa, ho osservato all’iprovviso le mie colline come se fossi stata lontana anni. Mi sono accorta tutto a un tratto della rincorsa del bosco che risale i pendii dai fossi. Come una vittoria del selvatico, sui campi di argilla non più lavorati. Il bosco, la macchia, sono forti nel cuore dei calanchi dove non pascolano più le pecore e le capre da 40 anni o più.
Prugnoli, rose canine, biancospini, qualche frassino e qualche olmo improvvisamente già grandi. Un’esplosione di ginestra sui calanchi dagli inverni sempre più tiepidi.
Ho un legame profondo con questi arbusti testardi, che forse somigliano un po’ alle capre. Lenti ma inesorabili, arrampicati, arruffati, spinosi, con fioriture minute, potenti e profumatissime. Ultimamente ho cominciato anche ad aiutarli, trasportando semi nelle tasche durante le passeggiate. Immaginando filari, boschetti, macchie, sognando di dare una mano a velocizzare la riconquista. Osservo come le rose canine crescano a cespuglio, proprio come dal loro seme comunitario. Non le raccolgo per trasformarle. Le mangiamo nel freddo inverno, rosse pillole di vitamine gustose e pizzicanti, anche i giovani cani, e le raccolgo da seme, per queste e nuove radure.
Basta allori, photinie, piracante da giardino. Trasloco dalla macchia getti di biancospini, rose canine e prugnoli per rimboschire il giardino spelacchiato dai venti e dal sole con le sue magre e dure radici d’argilla. Sogno di fare guerrilla gardening per rendere i calanchi mediterranei, con rosmarini, elicrisi, e se va avanti così anche mirti.
Ieri abbiamo abbattuto un grosso prugnolo, vecchissimo per essere un prugnolo, spaccato in due nel tronco principale, ma già in procinto di fiorire.
Mi sembrava di vederlo fiorire mentre le ramaglie bruciavano nel fuoco. Ammucchiavo legna e pulivo ramoscelli e pensavo anche a Xm come a un prugnolo.

Xm deve vivere, ma la certezza è che queste piante rinascono sempre. Vicino al grande prugnolo, di cui abbiamo provato a lasciare un getto, ci sono già altre tre piante alte e tanti piccoli getti, tutti che vengono dalle stesse radici.
E’ il bosco, ragazzi. Non lo puoi fermare.
E comunque non è facile abbattere un prugnolo. I rami elastici e spinosi ti saltano negli occhi, le spine lunghissime ti graffiano le braccia, si infilano da tutte le parti e spesso fanno infezione, oggi ho ancora un buco in un piede da una spina conficcata addirittura attraverso la scarpa.

Occhio, c’è il selvatico anche in città. I love Xm.

 

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