I due forni

Di Michela Potito

L’asfalto è bagnato, il cielo azzurro, rettangolare, tra il muro della Chiesa e quello delle case accanto. La Rita è fuori dalla bottega, stretta sul margine della strada, per schivare le auto che passano e con le ruote spruzzano. Chiacchiera con varia gente e io la guardo.

Lei, capelli ricci e lineamenti meridionali, per mesi mi prendeva dalle braccia di Morfeo per consegnarmi all’autobus della scuola.

Di mattina, quando la mamma e il papà erano già al lavoro.

Attimi intimissimi, che a ricordarli quasi mi sembra di sognare: il freddo appena fuori dalle coperte, la sua voce che cerca di svegliarmi, i vestiti addosso, la lingua scioccata dal latte che bolle, la corsa alla fermata. E poi via, per rivederla la mattina dopo, solo quei quaranta minuti e poi basta.

Ad Albavilla, sotto le Alpi, nel ridente triangolo del lago di Como, il forno di Isidoro e Grazioso è attivo da più di cent’anni.
La fila al bancone di solito è doppia, a volte esce dalla porta del locale e finisce per strada, di fianco al sagrato della Chiesa.

Davanti alla gente in fila ci sono due montagne di rosette: il pane bianco di qui, a forma di pallina, croccante e soffice, che se ci infili il pollice te lo trovi in un vuoto caldo e morbido e strappi la crosta dorata che scrocchia sotto ai denti.
Proprio quel pane bianco che un tempo veniva servito solo ai Signori, o così mi immagino io. Con la mortadella, invece, la rosetta è il tipico panino del muratore, oggi.

Grazioso ha i lineamenti duri, mentre Isidoro mi ha sempre ricordato Pinocchio, col suo naso tondo e rosso e la voce fanciullesca. Sono i fratelli Sironi, figli di fornai da chissà quante generazioni.
Quando frequentavo le scuole elementari della Piazza, andavo a volte a prendermi una briosche, ripiena di marmellata. Lo zucchero caldo mi faceva sempre tossire, si appoggiava sul naso mentre ero troppo intenta a masticare invece di preoccuparmi di non soffocare.

Ora ci vado sporadicamente, ma sempre Isidoro e Grazioso incolonnano i prezzi su strisce di cartone bianco, tipo quello con cui si impacchettano i vassoi di pasticcini. Poi fanno i conti, l’addizione con i riporti del caso, e, solo dopo, digitano il risultato sulla “cassa” e accettano le monete o le banconote.

Sì, lo so, la sto tirando un po’ lunga, ma è importante.

Spiegare che quando entri da Isidoro e Grazioso è sempre tutto uguale, il miele del Luciano sulla mensola, i pizzoccheri della Valtellina, il latte Carnini nella vetrina frigo; ma soprattutto quando ci vai, hai la sicurezza di trovarti immerso in un caldo farinoso che ti avvolge tutto e, se sei arrivato presto, è proprio molto caldo e se trovi anche gente in fila ti ci appisoli un po’, ad aspettare il tuo turno, e magari ti ricordi cosa stavi sognando quando ti sei alzato dal letto.

Da qualche parte, dentro di me, sento di aver bisogno di luoghi così, che non cambiano mai e per questo mi danno sicurezza.

E poi diciamolo: tutti gli amici che da Bologna ho portato dove sono nata, sono passati da Isidoro e Grazioso, nel frattempo diventati leggenda, i fratelli con i nomi a dir poco particolari: Isidoro coi suoi modi fini e Grazioso, col suo fare schietto.

Sempre tutti rimasti alquanto delusi, gli amici intendo, forse perché avevo esagerato con le presentazioni, proprio come qua sopra.

Ma ora taglio corto, sì, perché il forno di Isidoro e Grazioso si è spento il primo gennaio 2017. Per sempre.

Grazioso ha l’artrosi, Isidoro da solo non se la sente di continuare. Se lo vendono, il forno va comunque distrutto, perché non più a norma. Funzionava ancora grazie ad una deroga ai vigenti regolamenti.

Allora, mi tenevo questo magone dentro da un po’ di settimane. Non è facile da spiegare il dispiacere. Come quando ti muore il gatto. Mica è facile parlarne, non puoi confidarlo a tutti. Qualcuno non capisce, meglio esser cauti.

Entrare in argomento solo quando già stai bene, e io l’ho trovato, un motivo per star bene: Agnese Prandi il primo gennaio 2017 ha inaugurato il suo nuovo laboratorio di panificazione,  che un tempo si diceva forno, quindi ha iniziato a lavorare nel suo nuovo ma antico forno, che è anche bottega e sala da thé. Altoforno – Impasti agresti è nel bosco, sotto i Sassi di Rocca Malatina, sull’Appenino modenese.

Stamattina ho letto che sfornava paninetti bianchi soffici, per le colazioni golose. La parola ‘bianchi’ mi ha portato dove voi sapete, ma dove non si può più entrare, in realtà. La porta è chiusa.

p.s.

Grazie a Isidoro e Grazioso, che mai saprò se era loro gradito fare i fornai o avrebbero preferito fare altro.

Sì potrei chiederglielo ma, chissà! Più di “Grazie”, “Prego”, non ci siamo mai detti e anzi, quando capitava che qualcuno degli altri clienti si fermava a chiacchierare con loro, magari interessandosi della famiglia, provavo un’ammirazione incredibile. In qualche modo per me i fratelli Sironi erano dei divi, conosciuti da tutta la popolazione albavillese.

Infatti i primi tempi che ci trasferimmo, coi miei, da Castelmarte, ad Albavilla, ci facevamo ancora portare il pane a domicilio dal fornaio di Erba.

Abbiamo smesso quasi subito, ne andava della nostra reputazione.

Grazie ad Agnese Prandi, per aver aperto una nuova porta, reale, quando solo nel mio cuore potevo ormai entrare.

Michela Potito
Storica dell’arte e dell’alimentazione – per formazione accademica – vive sull’appennino emiliano da sette anni. Cucina, legge, scrive, canta e balla. Ah, fa l’orto e le piace un sacco raccogliere e trasformare i prodotti della terra che cerca nei boschi, nei campi e in riva al mare.

Foto: Altoforno, tranne “Panificio Alimentari” di Anna Brizzolara

 

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