La terra non si mette in banca

E’ ricomparsa in queste settimane la notizia che lo stato vende terreni di proprietà pubblica agli agricoltori, meglio se under 40. Un’iniziativa per favorire l’accesso alla terra o un tentativo di governo e enti locali per battere cassa? La seconda che hai detto!
Sembra più una politica di dismissione di beni pubblici per finanziare la spesa corrente, dato che è promossa un po’ ovunque, non solo in campagna.
I beni che le istituzioni intendono alienare (leggi “vendere” o anche “svendere”) infatti sono di tutti i tipi: ci sono appartamenti, magazzini, palazzi storici, e anche terreni agricoli, di valore o residuali, lungo i fiumi e i torrenti.
Potete controllare coi vostri occhi su un sito dal titolo insolito per un’iniziativa pubblica: vetrina immobiliare. Un titolo che è anche mutato nel tempo ed è stato ammorbidito nei toni, anzi reso più accattivante: pima era VENDITA DEMANIO.

Questa notizia riappare ciclicamente, e sempre tra toni entusiasti. Sarà che è primavera e ferve l’attività agricola, ma Slow Food e il Sole24ore cantano già vittoria per i giovani aspiranti agricoltori che finalmente (ci si illude) potranno trovare terra per realizzare i loro sogni rurali, a tassi agevolati o sotto una pioggia di finanziamenti.
Terrevive è il decreto con cui il Ministero delle Politiche Agricole – in accordo con il Ministero delle Finanze – che dà il via alla vendita e all’affitto di circa 5.500 ettari di terreni, destinati innanzitutto agli agricoltori con meno di quarant’anni. 630 ettari sono già a bando per il 2017.
Sul sito di Ismea al link Banca della terra si possono vedere i terreni già in vendita in tutta Italia, di solito più interessanti ad uso agricolo di quelli sulla “vetrina immobiliare” (argh…), che in genere sono più residuali. E’ sufficiente iscriversi al sito per accedere.

Il verde ormai è di moda: dall’agricoltura biologica al cibo sano, a stili di vita più sostenibili e soddisfacenti per il corpo e la mente; sempre più cittadini sognano la campagna e magari una nuova vita o una nuova professione a contatto con la natura. Ma non è tutto ecologico ciò che si dice green.
Se cambiare vita e mestiere non è facile, l’accesso alla terra è un tema complesso, spesso uno scoglio apparentemente insormontabile. (Qui un articolo recente che fa un quadro sull’argomento). Se per i nostri nonni o genitori è stata una dura lotta uscire dal mondo contadino, sembra ancora più difficile oggi fare il percorso inverso, per chi vuole vivere una dimensione contadina e non necessariamente diventare imprenditore o imprenditrice agricola.

Se analizziamo la notizia con gli occhi di chi non ha proprietà o parenti in campagna la realtà appare subito più chiara (e molto meno ottimistica). Si parla di agevolazioni per i giovani agricoltori: dunque chi è già agricoltore, non chi vuole diventarlo. Giovani, cioè sotto i 40 anni.
– Che strano, un lavoro usurante in cui si è giovani più a lungo… sarà l’aria di campagna che fa bene? O perché è un mestiere in cui si tarda a generare un reddito? O ancora perché è l’età in cui i figli succedono ai padri nella conduzione aziendale?

Ad ogni modo è evidente che si tratti di politiche mirate più all’ampliamento aziendale – costante ritornello dell’efficienza in agricoltura – che alla creazione di nuove aziende.
E anche per le nuove aziende i requisiti sono quelli di un’impresa, non di un’attività contadina, diversificata e di piccola scala.
Devi presentare un business plan e saper gestire mutui, parlare di input e output, invece che saperti sporcare le mani, creare un pezzo alla volta, sperimentando. Né tanto meno devi amare quella vita.
Ché sì il mercato si evolve e vuole il biologico, ma guai contraddire la logica di produzione industriale che vuole superfici agricole sempre più estese – dunque concentrate nelle mani di poche persone – per poter ottimizzare investimenti, utilizzo dei macchinari, finanziamenti europei, ecc.

Mettiamocelo bene in testa: i titoli sfolgoranti d’ottimismo si sbagliano, queste iniziative non servono a far accedere alla terra chi non ce l’ha, chi non ha un trattore in officina, un nonno agricoltore, un padre imprenditore o un bel podere da ereditare.
Quanti “giovani” conoscete che hanno un’idea di impresa e i soldi (o l’abilità finanziaria) per realizzarla? E quanti ne conoscete in agricoltura? Ecco, per l’agricoltura poi dovete moltiplicare gli investimenti e dividere per un numero molto maggiore di anni per vedere i primi frutti. Ah, ovviamente sottraendo le annate cattive e il cambiamento climatico.

Vi sembra una bella notizia che si venda il patrimonio pubblico? In Italia è ancora consistente, composito come origine giuridica e storica. Il nostro paese vanta ancora un complesso di terre di proprietà collettiva e pubblica non indifferente (qualche anno fa si parlava di un sesto del territorio nazionale, solo per le proprietà collettive).
Le terre di proprietà pubblica appartengono allo stato e agli enti locali, mentre le proprietà collettive appartengono alle comunità locali e non sono né pubbliche né private, ma comuni (usi civici).

Si tratta di consuetudini giuridiche che risalgono anche al diritto romano, molto diffuse anche nel medioevo, che servivano a garantire una sussistenza alle fasce più basse, a chi non aveva risorse e proprietà. Si sono andate perdendo mano a mano che si interrompeva il legame di dipendenza con la terra, terrreni venduti a privati a partire dal dopoguerra o di cui si è persa traccia perché sono spariti i soggetti interessati all’utilizzo. Potrebbero essere strumento per quella che oggi si chiama sovranità alimentare.

La sovranità alimentare è il diritto dei popoli ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica, ed anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare e produttivo. (Dichiarazione di Nyéléni)

Queste terre potrebbero davvero essere date in gestione secondo altre modalità, per progetti a piccola scala, con affitti calmierati o in comodato d’uso, sostenendo così migliaia di aziende contadine, che curano la terra come un giardino e producono cibo realmente “biodiverso”, perché espressione dei luoghi e della creatività personale, così varia in questo paese, invece che sostenere imprese con centinaia di ettari, braccianti sfruttati, macchinari che divorano petrolio e producono cibo omologato. Sono terre della collettività e andrebbero utilizzate per il bene comune.
Le foto sul sito di Ismea parlano da sole. Uomini che fanno affari, alle spalle di operai agricoli invisibili, uomini che stanno al computer e danno sempre le spalle ai campi. Una donna, con lo smalto sulle unghie sfiora e contempla i frutti (pure una comunicazione abbastanza sessista!).
Imprenditori agricoli.

 

 

 

Vicino a Firenze, Bagno a Ripoli, c’è un’esperienza autogestita dove giovani e abitanti della zona si sono rimboccati le maniche e hanno ridato vita e recuperato i campi, gli oliveti, le vigne, i casolari di un’azienda di centinaia di ettari che la Provincia di Firenze tenta di vendere all’asta da anni, senza successo. E’ Mondeggi Fattoria Senza Padroni, ed è gestita come bene comune.
Oltre ai giovani che vi risiedono e curano oliveti e vigne, coltivano grano, ortaggi, allevano animali e api, gli abitanti della zona che partecipano ai lavori collettivi e alla vita assembleare hanno in gestione alcuni ulivi a famiglia, degli appezzamenti ad orto, senza nessun business plan, fideiussione o ammortamento.
E, al momento, senza nessuna garanzia per il futuro, perché la proprietà continua ad andare all’asta. A tale proposito sarebbe anche da ragionare sul concetto di ricchezza, anche per gli enti locali: hanno più valore case, palazzi e terre vuote, in attesa di dismissione, o comunità solidali, occasioni di microoccupazione, processi di ricostruzione di saperi, relazioni, tutela del territorio?

Tante persone che scelgono questa vita oggi vogliono essere contadini e pastore, ma spesso purtroppo sono costretti al doppio lavoro, o a scelte di vita radicali, e le terre di proprietà pubblica e collettiva potrebbero servire a coltivare questo tipo di esperienze nuove, adatte a una tipologia più ampia di persone, o a creare comunità per prendersi cura insieme del territorio.

Il libro fotografico Genuino Clandestino, che abbiamo curato in quattro, due autrici e due fotografi, voleva servire anche raccontare che esiste un modo diverso di fare agricoltura e di vivere la terra, fuori dai business plan e con pochi mezzi (come la rete di comunità di Genuino Clandestino). Le immagini, di Michele Lapini e Sara Casna, specie se viste dopo quelle di Ismea, parlano da sole.

Diffidate quando sentite parlare di “banca della terra”. La terra non si mette in banca. Come diceva qualcuno, “la terra non si vende, si ama e si difende”.

Photo credits (in ordine): Roberta Borghesi, Michele Lapini, Sara Casna.



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