Quando nevica d’estate

Sull’incendio di Corniolo

di Stefano Belacchi (una storia di Quota900)

La neve d’estate arriva nelle giornate più calde, quando il sole ustiona la pelle e il vento è un alito secco e fastidioso. La neve d’estate cade sul fumo denso che sale dagli alberi, copre le chiome, appiccicosa e leggera, portando con se un odore penetrante, alieno. La neve d’estate somiglia a quella che si spruzza sugli alberi di natale di plastica, sulle vetrine addobbate per le feste, sui tetti dei presepi economici. Arriva con il fragore delle eliche di un mastodontico aereo giallo che si muove agilissimo a pochi metri dalle cime dei pini. Dura un attimo, e svanisce come il rumore dell’aereo che punta diretto verso il mare; una nuova nevicata è attesa tra poco più di 20 minuti.
Durante quella prima serie di lanci ero solo sul crinale ad osservare ansioso il lavoro del Canadair. Aggrappato alla radio riferivo l’esito per troppe volte negativo. A sera quel tratto di fronte d’incendio era stato fermato.
Altrove, appena poche centinaia di metri più a valle, le fiamme divoravano indisturbate il bosco ceduo.

Per tutta la notte si sono espanse in ogni direzione, prima a valle verso il torrente delle Celle, poi risalendo fino oltre il punto dove tutte le energie concentrate erano riuscite a fermarle. Impotenti sul colle di Faltroncella osservavamo vanificare il lavoro di una giornata e cancellare tutte le speranze di aver salvato almeno quel versante.
Solo il lampo, poco prima dell’alba, riaccende le speranze di un aiuto efficace. E finalmente, con le prime luci del giorno una fresca pioggerellina ci riconduce verso casa, stremati, bagnati ma felici.
Era la prima volta che avevo a che fare con un incendio, e mai avrei pensato di sentirmi così impotente. Quando la mattina successiva vengo a sapere che è stato dichiarato spento tiro un sospiro di sollievo. Resta un po’ di ansia data da quelle fiammelle ancora accese in qua e in là sul terreno bagnato e quelle frasi preoccupate dei forestali (pardon, carabinieri forestali).


A sera, quando rientro dal lavoro capisco la preoccupazione di chi ha già vissuto queste esperienze. Il vento ha asciugato la terra, l’erba e le foglie secche e ha alimentato le braci e le fiammelle. Fino al calar del sole facciamo il possibile per ricoprire di terra quanti più tizzoni riusciamo ma la stanchezza rende inevitabile una lunga dormita ristoratrice. Un ultimo giro di perlustrazione a mezzanotte rivela numerose piccole fiammelle a decorare la montagna avvolta dalle tenebre, “saranno in mezzo al terreno bruciato” ci diciamo e, vinti dal sonno, andiamo a dormire. Alle 6 del mattino la sveglia per controllare l’evoluzione; stessa situazione della notte, piccole colonne di fumo, qualche brace accesa. Ne approfittiamo per qualche ora di sonno aggiuntiva. Alle 10 il suono del telefono ci fa sobbalzare, la notizia che non volevamo sentire giunge improvvisa. Un nuovo fuoco è acceso al confine con la zona bruciata precedentemente.
Inizia una nuova battaglia e, quando nel tardo pomeriggio, torna l’aereo giallo della neve, sono troppo impegnato a tagliare ginestre e ginepri per alzare lo sguardo. Oggi fin troppe persone sono su quel crinale a guardare.
Una nuova leggerissima pioggia ci da una seconda opportunità in serata e questa volta per fortuna non si spreca il tempo che ci concede. Per tutta la giornata di ieri e per gran parte della giornata odierna, operai forestali e pompieri hanno percorso le zone bruciate bonificando ogni brace e fumarola incontrata. Nessuna nuova fiamma al momento. Spero di poter dire che questa volta si sia risolto davvero.


Ci sarebbero molte persone da ringraziare per il fatto che ho ancora un tetto sopra la testa. Alcuni hanno vissuto questo incendio come se stesse minacciando la loro di casa (e in effetti per chi ama questi boschi è un po’ così); altri mi hanno mostrato una solidarietà vera, fatta di ore passate insonni per permettermi di riposare; badili, zappe e motoseghe imbracciate per combattere in prima persona l’avanzare delle fiamme; pranzi e cene preparati con cura per rifocillarci; offerte di aiuto di ogni tipo e telefonate sincere per sapere come stavo o offrire un posto dove mangiare o dormire.
Alcuni hanno fatto il loro dovere ben oltre quello che gli era richiesto dimostrando un legame con questo territorio e una dedizione fuori dal comune.
Altri sono venuti solo a timbrare il cartellino per poter dire di esserci stati ma di questi ci si dimenticherà in fretta. Resta il ricordo di tutto quello che è stato fatto con il cuore sapendo che ad essere minacciata non era solo la mia abitazione o un bosco senza particolare valore naturalistico ma un territorio di tutti e di tutte, un’area protetta tra le più belle d’Italia, un luogo che tanti di noi possono, ora per davvero, chiamare casa.

Stefano Belacchi
Guida Ambientale Escursionistica Aigae, Micologo
Vive nel territorio del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, su un versante dell’alta vallata del fiume Bidente. Si occupa dello studio e del riconoscimento dei funghi e divulga informazioni sulla loro raccolta e sul loro complesso ruolo nell’habitat; iscritto al registro regionale dei micologi, è abilitato a identificarli anche a scopo alimentare e a fornire consulenze per la commercializzazione e trasformazione.
Ha svolto il servizio civile volontario presso il Centro di Tutela e Ricerca Fauna Esotica e Selvatica di Monte Adone (BO), dove ha imparato a conoscere gli animali selvatici al di là degli stereotipi e delle approssimazioni della società umana. Oggi fa tesoro di quell’esperienza nella vita quotidiana e cerca di vedere il mondo anche un po’ con i loro occhi.
Fin dall’adolescenza ha smesso di mangiare animali ed è sempre stato attivo nel movimento antispecista.

Photo credits: Stefano Belacchi

 

If you like it follow Radure!
RSS
Follow by Email
Facebook
Facebook
Instagram

Leave a Reply