Osservazioni di primavera, desideri di rivoluzione

valle del savena

Sono tempi strani, e anche il tempo è strano.
C’è aria di primavera da settimane.

E’ cominciata a poco a poco.
Presto. Troppo presto.

Ma la sera fa freddo, certi giorni molto freddo.

Improvvisamente, una sera di metà febbraio, i rospi sono usciti dalle loro tane ad amoreggiare.
A metà febbraio!

Invece, nelle mattine di fine febbraio, grigie ma insolitamente tiepide, gli uccellini piano piano hanno cominciato a cantare.

Un suono di primavera, sommesso, ma che squarciava quella nebbia, stranamente tiepida, e la consapevolezza.

Io, animale estivo, ho tirato un sospiro di sollievo dal freddo che non amo, ma allo stesso tempo delle nuove antenne si drizzavano inquiete, guardinghe, fiutando nell’aria nemici invisibili.

La cavalletta gigante, che si era sistemata per l’inverno sotto la finestra della mia camera, a sud-est, una bella mattina è sparita. Partita.
Forse dovevamo ammazzarla, ma era veramente bella.
Magari è morta di freddo alla sera.
Se no per la prossima piaga d’Egitto, sapete chi venire a cercare.

A inizio marzo sono fioriti i primi alberi.

Primavera cambio climatico

I primi sono sempre i prugnoli, che mettono prima i fiori e solo dopo le foglie.
Sono fioriti di soppiatto, uno ad uno, un ramo alla volta, scoppiettando qua e là come popcorn che si cuociono nella pentola.
Le api hanno festeggiato sotto il sole tiepido.

Un inizio di marzo che a momenti sembrava maggio.

Adesso sono tutti fioriti, il profumo è di un dolce maturo.
Poi ha fatto freddo e grigio.

Ora giornate di sole, limpidissime, ma fredde, freddissime.

L’aria trasparente e il paesaggio nitido testimoniano che le zone rosse, arancioni chiare o scure, non sono altro che un nuovo lockdown.

La notte rasenta lo zero e i fiori e le gemme sembrano come di cristallo, prossime a spezzarsi.

All’inizio era apparso solo un anticipo di primavera.
Poi si è fatta una primavera apparente, malfidata, intermittente.
Non una goccia d’acqua da settimane. A marzo.

Se guardi le piante vedi piccole esplosioni indecise di energia primaverile, ma a lungo andare, nel freddo lucido e assolato, senza pioggia, il paesaggio mi sembra parlare di contrasti, resistenza e titubanza.

Una primavera sghemba, dimezzata, zoppa, come di vetro.
Se ne sentiva il profumo, poi è tornato freddo e ventoso, e ora questo sole secco e gelato.

Ha fatto freddissimo qualche giorno, e qualche giorno ha fatto caldo.
Nel dubbio i rospi sono spariti da un bel po’.

Piovere non piove quasi niente, ma il governo è ladro lo stesso.

Il vecchio frassino in cima alla collina anche quest’anno si è bruciato le gemme, come ormai ogni anno. Mentre i più giovani, solo alcuni, stanno aprendo le gemme e le prime foglie, lui è fermo immobile, con le gemme tutte marroni e getti secchi, che si sbriciolano.
Mi preoccupa non poco. Come lui altri frassini più vecchi, partiti tutti in anticipo.
Gli altri frassini più giovani, hanno atteso qualche settimana e ora stanno buttando a metà, alla rinfusa.
Qualche olmo ha messo fuori i primi mucchietti di fiori, a sprazzi, tra le gemme bruciate.
Altri stanno fermi e zitti, col culo stretto.

gemme bruciate primavera

Qui sulle colline dure di argilla gli alberi veri sono olmi e frassini, il resto sono arbusti: ginestre, biancospini, rose canine e prugnoli, raramente qualche quercia che cresce lentissima, testarda, e a quaranta anni ne dimostra venti.
Forse mi sento anche io così perché vivo sui calanchi?

Olmi e frassini sono ognuno in uno stadio di primavera diversa, alcuni anche a pezzi: qualche ramo spinge fuori, qualche ramo ancora stringe.

E’ un macello perfino la stagione, non parliamo di tutto il resto.
Qui parliamo solo di quello che possiamo osservare.

Da almeno tre anni la primavera sboccia anticipata e a sprazzi, per poi gelarsi sempre le punte delle dita.
Bella visione poetica… no!
Le dita degli alberi se si gelano fino a staccarsi, e tutti gli anni, non sempre ricrescono bene. L’anno scorso in estate le foglie erano rade e scarne.

Abitiamo terre argillose e esposte.
La vegetazione per certi versi ne risente.
E’ vero che gli ultimi inverni poco freddi e brevi sono stati gentili anche con gli alberi, ma queste primavere indecise e le estati torride e infinite, che colonizzano sempre di più l’autunno, mettono a dura prova queste terre estreme di periferia.

Gli alberi spesso in questi anni arrivano all’estate con poche foglie e tantissimi fiori.
A me sembra che cerchino di riprodursi all’impazzata, prima che sia troppo tardi.

Anni fa erano spariti gli uccellini, poi sono tornati, colpa delle taccole, dicono, che poi sono state monitorate e messe in riga, racconta qualcuno.
Un anno sono tornati i passeri.
Un altro le cinciallegre e i pettirossi.
Questa primavera sembrano essere tornati i merli.
Le gazze non hanno mai mollato.
Qui è terra di corvi, falchi e gazze.
Noi avevamo due colombe bianche, nel pollaio, poi si sono trasferite a vivere coi colombi selvatici e negli anni a seguire se ne vedevano di bianchi e a macchie bianche.

Ma la cosa più bizzarra è che improvvisamente qui sulla collina sono arrivati a frotte i bipedi di tutti i tipi, dal paesino sul fondovalle.

Bipedi che prima trascuravano questa collina affascinante di periferia.
Sono arrivati i pensionati, le sportive, i passeggiatori di cani al guinzaglio, quelle di cani liberi.
C’è qualcuna che cammina parlando al telefono, quelli che sorridono e salutano, salutano i cani, ci parlano. Quegli altri che mentre passano spiano ogni giardino, ogni finestra.

Sono arrivati i corridori in gruppo, le camminatrici solitarie, i passeggiatori mascherati, quelli smascherati, addirittura c’è chi corre mascherato.
Ci sono quelle con le bacchette e quelli con le biciclette.

L’altro giorno perfino una moto da trial elettrica, ha sfrecciato silenziosa e nera.
Una vera novità. Finalmente silenziosa.

Neri due elicotteri, perfino, hanno volato a quota bassissima, pelandoci la testa, pare fossero dei rilevamenti agrari, come poi si è letto su un giornale locale, rigorosamente online.

Per chi abita più vicino al calanco negli ultimi anni non è più una novità vedere i lupi, le loro tracce si vedono sempre più spesso in giro e sempre più vicine alla strada provinciale.

Lupi e bipedi si stanno venendo incontro, sulla collina.

Gli umani arrivano a piedi, in bicicletta e in macchina.
Ci sono quelli che parcheggiano con discrezione e quelli che credono che la strada sia disabitata.
La “vicina” (vicina di qualche chilometro), che sfreccia col SUV, come li vede troppo in mezzo alla strada minaccia di chiamare i carabinieri.

Le gazze vengono spesso in giardino, anche vicino a casa, forse in memoria di quando avevamo con noi una giovane gazza trovatella, che chiamavamo Alfredo Gazzoni.

E poi ci sono i cercatori di cani presunti abbandonati (che non sono abbandonati), sulle pagine locali dei social network, le padrone di cani terrorizzate che urlano dietro ai cani che qui sono di casa, quelli liberi del pastore, quelli che vivono nelle poche case sulla collina, che magari ogni tanto riescono a farsi un breve giretto.
Ma no, per loro non esiste vita da cani senza guinzaglio, e iniziano a sbraitare quando vedono cani a distanza di chilometri, innervosendo e diseducando così i loro, di razze firmate, ma con così magra esperienza di vita vera da cani.

Ci sono i bipedi naturalisti e quelli che guardano il tramonto senza scendere dalla macchina, a volte accesa.

C’è stato anche qualcuno che arrivava a piedi da chissà dove, all’imbrunire, e mi ha chiesto indicazioni per andare a prendere il treno prima che facesse buio.

E io ho pensato che ci sono un po’ invecchiata qui e, come Etain Addey racconta in un suo libro, ho svolto anche io, questa volta, il ruolo della guida per il pellegrino.
Ma più che una saggia guida ero un po’ più come un nostromo pirata di colli periurbani, perché ero sul terrazzo, che si affaccia sulla valle, e il camminatore poco più in basso, sulla strada tanto ambita.
La nostra casa rimane un po’ come di vedetta, su questa strada.

C’è qualcosa del mare qui.
Forse è il vento, o la mia immaginazione.

Il desiderio dell’oceano, le vite vissute altrove e i piani solo rimandati.

Mancano solo i cacciatori all’appello, ma certamente arriveranno presto.

Insomma, la collina è un gran casino.

C’è traffico, soprattutto di umani.

Stranamente, e per fortuna, sono diminuiti i rifiuti.
Forse qualcuno li lascia ancora e qualcun altro li porta via?
Oppure chi li lasciava non viene più, è mort@?

Vorrei sapere cosa pensa il lupo, cosa pensa il falco, della valle sempre più piena di luci e di gente, di supermercati e di fabbriche, sempre più nuove, più grandi e internazionali. Multinazionali.
Ma questa valle molto spesso, da un anno a questa parte, è più silenziosa e calma di mezzi. Fatta eccezione per l’urlo delle ambulanze.

Chissà cosa ne pensano il capriolo e la volpe, di questo, come l’hanno presa il tasso e il cinghiale.

E’ un tempo bizzarro.
Da un lato fa venire l’ansia, dall’altro promette rivoluzioni.

A noi non resta che osservare e camminare, forse neanche illudersi di comprendere.

Mi dispiace per il clima, per la terra secca e la vegetazione spettinata, ma questo caos mi risuona, si intona alla confusione silenziosa eppure stridente che abbiamo intorno.

Se sento le notizie, il mondo mi sembra diventare sempre più stretto, grigio e soffocante.
Immobile, se non nelle sue disgrazie.
Ma se osservo il flusso di persone sulla collina, anche incoerenti, poco in ascolto, a volte arroganti o addirittura stupidamente mascherate, anche se sento che per noi abitanti è un po’ un’invasione, davanti agli occhi tutti i giorni vedo in atto un piccolo grande cambiamento.
Almeno qui sulla collina di periferia, sotto questa superficie rigida e apparentemente senza uscita, sotto questa primavera di vetro che sembra che si stia per rompere.

E allora sento che questa terra dura dai paesaggi morbidi urla in silenzio, nell’aria sottile e più vera che mai, di osservare, osservare tutto, finché il vetro non si romperà.

E immagino che il camminare sulla pelle secca e spettinata dei calanchi possa ispirare e accompagnare sentieri di rivoluzione.

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