Corrispondenze dall’Atlantico

di Roberta (Biancospino)

18 novembre, Oceano Atlantico. Un punto imprecisato tra l’Andalusia e le Canarie.

Siamo partiti a metà novembre, dalla Baruffa.
Non prima di mettere a dimora il mio sogno di bosco – gli alberi che avevo in vaso – perché non soffrissero troppo in nostra assenza, confidando nelle piogge invernali.
Viviamo sui calanchi e negli ultimi anni di siccità anche gli alberi e i cespugli d’estate hanno bisogno di acqua.
Il mio sogno di bosco in vaso alla Baruffa sono soprattutto frassini e olmi, le piante del luogo, che ogni anno si seminano col vento e in abbondanza: nei vasi di fiori, negli angoli del giardino da cui poi li recupero, in vasi che ormai lascio in giro apposta.
Poi un melograno, regalo da un amico, un prugnolo e tre biancospini, quattro talee sopravvissute tra le tante sottratte alle siepi in primavera, con l’aiuto dei cinghiali che arano e sradicano.

Intanto, nell’autunno tiepido e secco, la calendula non smette di fiorire, imperterrita.

Il penultimo giorno alla Baruffa passa appena sopra le nebbie: nebbie mobili, velocissime per il vento, che paiono già mare.
Come se fosse il mare a venirci a prendere.

Il penultimo giorno, una passeggiata lunga e meravigliosa nella nebbia che cancella tutto.
Lascia vedere solo la magia. Forse per questo mi piace così tanto la nebbia.

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E l’ultimo giorno, perfino la neve ci viene a salutare, prematura.
E ci facciamo anche lasciare a piedi, impreparati, colti sul fatto di portare la gatta anziana nella sua nuova casa temporanea.
Quanto basta per goderci anche una bella scarpinata su per la collina, a piedi, già senza catene in auto, in vista del tiepido inverno alle Canarie.

I media raccontano subito dell’Appennino in ginocchio, per 20-40 cm di neve pesante, bagnata, che si scioglie anche rapidamente.
Ma noi siamo in partenza, per almeno sei-sette mesi, non ci si può fermare.

Anche qui alberi caduti o spezzati, e mentre S. ridiscende per recuperare la macchina, invece di fare le valigie, io spalo un po’, ma soprattutto libero alberi, taglio un prugnolo piantato da 5-6 anni, crollato per la neve – cresciuto incauto troppo in diagonale, per la pendenza della collina.
Ma dalle radici partono getti superstiti, numerosi, già alti, vigorosi e testardi come tutti i prugnoli.
E un altro precursore di bosco ha messo radici salde sull’argilla che chiamiamo casa.

I prugnoli sono una rete, tagli da una parte e ricrescono dall’altra.
Adesso si legge più o meno ovunque che il bosco è una rete di comunicazione, gli alberi comunicano tra loro, grazie anche al libro La vita segreta degli alberi, di Peter Wohlleben.
I prugnoli che parlano tra loro me li immagino vivaci, sanguigni, che discutono animatamente, si incazzano (per giuste ragioni), pogano ai concerti.
Con quelle spine lunghe e appuntite che forano scarpe, si infilano sotto le unghie, fanno infezione.
I prugnoli crescono là dove il bosco ancora non cresce, crescono imperterriti e ogni primavera esplodono di bianco e profumo insieme ai biancospini, alle ginestre, alla rosa canina.

Corro potando qua è la, come posso, per non lasciare rami spezzati: alloro, piracanta, i giovani frassini, tutti rotti dalla neve.
La Baruffa è un posto duro e bello. Vento, sole, terra creta.
Un giovane frassino si è rotto non so quante volte, ma torna sempre a gettare.
Bisogna crescere lentamente, alla Baruffa.

Mani gelate e tagli, nella neve.
Carichiamo la macchina, e non è un carico da poco, con noi e i due cani giganti viaggeranno due computer, un negozio online, attrezzatura fotografica, 2 amache portatili, 3 sacchi a peli, due taglieri e 3 coltelli fatti da S., una pentola, una macchina del caffé. Un piccolo mattarello, che non si sa mai.
Quasi una ventina di libri, infilati ovunque.

Una lunghissima giornata, dove la Baruffa ci saluta con la neve, il termocamino già diligentemente svuotato, come tra un po’ sarà la casa, e la stufa a pellet che si rompe. Sì, alla vigilia della partenza.
Segnali? Non so. Notte e risveglio comunque a 12 gradi.

Poi un viaggio liscio come l’olio, incredibilmente, per noi abituati sempre a resistere.

Liguria, Barcellona, Valencia, Andalucia.
Ricordi di bambina, studentessa, stagista alle prese con la tesi.
Paesaggi che scorrono veloci dal finestrino. Un cementificio così grande come non l’avevo mai visto, nel cuore nella Spagna.
Forse tra i responsabili della bolla edilizia spagnola? Forse tutto quel cemento, che ancora campeggia nelle città e nelle periferie, nei centri storici e in campagna, forse viene da qui, dal cementificio più grande che io abbia mai visto.

L’ “incompiuto spagnolo”… ormai sarà considerato uno stile architettonico.

La sharing economy e Airbnb rendono piacevole e sereno questo viaggio.

Prima notte da Alexandra, Vic la Gardiole, Francia. Due cani, due cavalli, ha vissuto alle Haway e a Bali, facendo surf, artista, tornata tra queste paludi e il Mediterraneo.

Juan e la sua famiglia, in una pineta sulle colline di Valencia. Il cavallo non ce l’ha più, animali da cortile e due cagnolini, che ci insegnano i sentieri nel bosco di pini e macchia mediterranea.
Campi e terrazzamenti abbandonati, mandorli secolari, seconde case vuote.
Cinque o sei mesi che non piove, il bosco non pulito lo preoccupa per gli incendi, lui raccoglie un po’ di legna per casa.
Ma è un’altra storia qui, il freddo. Metà novembre, facciamo aperitivo e colazione fuori, ma col fungo, come nei dehor dei bar.
Che tipi, gli spagnoli!
Sara, passa a trovarli perché ha perso il telefono. Viene qui dalla città con i bambini per un progetto di scuola nel bosco.
Conosce l’asilo nel bosco di Pianoro, a pochi km dalla nostra Baruffa.
Andrà a trovarli, quest’inverno. “Casualità”.
Coi bimbi di Juan, i cani, di tutti, gira e rigira, proprio con l’ultima luce, ritroviamo il telefono di Sara.
E un cerchio di rami.

 

Infine da Sabine e Norbert. Pensionati, quando si sono conosciuti hanno vissuto ancora due anni in Germania, e da due anni si sono trasferiti a Almonte, El Rocìo. Andalusia profonda.
La nuova casa scelta tra gli annunci, dalla Germania: sono venuti a vederla, gli è piaciuta e l’hanno presa.
Degli svizzeri tedeschi in una tenuta poco lontano, poche parole di spagnolo, la televisione tedesca alla sera sul maxischermo, raro frammento di modernità nella casa dall’aspetto antico.
Birra tedesca del Lidl e vino andaluso di una cooperativa locale, che cresce su vigne bassissime, tenute ad alberello.
Sono venuti dalla Germania con i cavalli di Norbert, il camion parcheggiato vicino al recinto funge ancora da stalla e fienile, tanto qui il tempo è spesso bello.
Sei cani. Galline, simili alle nostre, che in mezzo hanno anche dei geni cileni: noi ci siamo portati le uova in valigia dal Cile, impacchettate e avvolte nei maglioni di lana artigianale. Le loro vengono dalla Germania, anche lì, ci spiegano, si trovano le galline araucane (dalle uova azzurre).

Gli chiedo come fanno con gli animali quando tornano in Germania a trovare amici e familiari.
Sabine mi guarda divertita e dice: “Germania? Non torniamo! Abbiamo poca famiglia!” E ride.

 

Ride forte Sabine, parla poco, fotografa e dipinge particolari di vita quotidiana, i suoi animali, i paesaggi del Rocìo e la Doñana, luoghi fuori dal tempo.
Un paese con la sabbia per terra, i cavalli “parcheggiati” fuori, un angolo di Far West in Europa.
E paese di gitani, romanì.

Restiamo due sere qui, per essere in forma e muoverci un po’, con i cani, prima del traghetto.
La sera, con poche parole e tante risate passeggiamo con Sabine e due dei suoi cani.
Un po’ di legna nella stufa alla sera, ma anche qui colazione fuori, aperitivo fuori. Caldo tiepido.

Passeggiamo tra pinete ed eucalipti con la luce calda di imbrunire del sud.
Potremmo vivere qui.

I cani, giovani montanari, vedono il mare (anzi, l’oceano) per la prima volta a Matalascañas, a 2200 chilometri da casa.
Sul mare, al riparo di una pineta dall’aspetto selvaggio, un accampamento di persone e cani, tutt’altro che improvvisato, a poca distanza dai residence turistici.
Mi fanno pensare a Robin Hood.
Puma, il grande cane bianco, si fa subito notare, gagliardo gli corre incontro. Il branco fa il suo dovere, si fa avanti, lo tiene a bada. Ma sembra che si siano stati simpatici, sembra che si siano salutati più che voler litigare per il territorio.
Prima di salpare compriamo l’olio della cooperativa della Virgen del Rocìo, chissà che non ci protegga.

 

Finalmente si arriva al traghetto, attraversando il porto enorme, postindustriale.
Per uscire da un luogo bisogna entrare nei non-luoghi.

Tra le macchine in fila facciamo amicizia come sempre per i cani. Tanti italiani, chi sui 30, chi sui 40 chi sui 60 anni. Tanti che “scappano”, cambiano vita.
Un armeno che parla a gesti mi mostra le foto del suo gatto, senza parole si fa capire benissimo.
Poi un russo giovanissimo ma già con famiglia, inglesi attempati, diversi cani più grandi dei nostri, e ci sentiamo bestie meno rare. Tutti a condividere lo spazio per cani sul ponte: distinte coppie di mezza età inglesi e francesi, giovani fricchettoni spagnoli, artigiani e viaggiatori di mezza età.

 

Il mondo sembra più piccolo ora. Non c’è nessun luogo in cui scappare.

(Questa è Lanzarote, la prima terra avvistata)

Arriviamo a Gran Canaria a fine novembre, quando finalmente comincia a piovere.
Anche qui non pioveva da 5-6 mesi.
Non è normale qui, non è normale a Valencia, non è normale in Italia.
Poi comincia a piovere, anche troppo, e a fare più freddo del solito, dicono.

Marzo 2018

Ora, qui nel barranquillo (burroncino, piccola valle) sui colli di Las Palmas, c’è un verde che sembra irlandese.
E’ destinato a sparire tra qualche poco, quando cederà il passo a quello opaco dell’agave, dei fichi d’india e di qualche palma.
I cardi giganti piantati in giardino dal proprietario sembrano voler raggiungere i giovani alberelli di papaya. Sembra di veder crescere la vegetazione a vista d’occhio, con tutta questa pioggia e la temperatura mite.

Ora sta comparendo perfino la senape (molto più piccola che da noi, forse non fa abbastanza freddo, forse va in fiore subito, come l’insalata d’estate), nel barranquillo dove passeggiamo la mattina con i cani.
Territoriali, da bravi pastori, credono che questi terrazzamenti abbandonati siano già solo loro e fanno la guardia se passano altre persone, magari gli stessi abitanti.

E la calendula, sta già per sbocciare.

La attendiamo, come il sole. Lo aspettiamo, sulle colline senza stufa.

E quando facciamo una passeggiata più lunga, pietre, grotte, residui di un luogo certamente magico, ora pascolo abbandonato – ugualmente magico – vediamo l’oceano e la piccola grande città insolita.

Pascolo abbandonato, terra di pastori, contadini, pescatori?

Il loro passato è fumoso e delicato come i dipinti della Cueva Pintada, la comunità nomade di viaggiatori ha cancellato e inglobato questa identità come un subconscio latitante.
Altro che nomadi digitali e viaggiatori del terzo millennio, qui era già una terra di passaggio dal 500, quando gli inglesi hanno dato avvio alla distruzione delle foreste locali per andare a conquistare l’America, e i nomi guanche sono diventati nomi cattolici e spagnoli.

Non vediamo più le poche capre del vicino Lorenzo, poi un giorno, improvvisamente, ne vediamo di libere, sui pascoli abbandonati, sulle cime. Saranno le sue? Saranno veramente abbandonati questi pascoli?
Come da noi sembrano percorsi più da sportivi della domenica.

Seguiamo le tracce delle capre selvatiche, che si mostrano meno dei caprioli dell’Appennino.
Troviamo ossa di cani e di capre, nelle nostre escursioni nei fine settimana.

Non basteranno sette mesi per entrare in un mondo dove così tanto è stato cancellato e ridipinto, attraversato e sostituito.
Un mondo dove convivono viaggiatori costanti, gente che vive qua e là, gente che vive viaggiando, viaggia per lavoro, e gente che non si è mai mossa dalle proprie contrade, da 500 anni.

Chi si è sposato ed è sceso dal monte alla collina, 10 km di curve più giù verso il mare.
Ma ancora a 10 km dal mare.

Sette mesi a Siete Puertas, Las Palmas de Gran Canaria.

P.S. Da novembre a marzo con tutta quella neve chissá quanti rami spezzati alla Baruffa.

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